Accesso al mercato

Chi altro deve dire sì: perché il meeting con il decisore non chiude da solo

Nelle organizzazioni strutturate un acquisto complesso passa da sei a dieci persone, e in tre casi su quattro quel gruppo lavora in disaccordo. Il meeting con chi decide resta il passaggio decisivo, ma quello che succede dopo si prepara prima. Cosa chiediamo in conversazione e cosa consegniamo insieme al meeting.

Redazione UNEEK B2B · 8 minuti di lettura

La promessa di qualunque sistema di accesso al mercato è portare il fornitore davanti a chi decide. È la promessa giusta, ed è anche quella su cui si misura la differenza tra un appuntamento e un meeting utile. Ma c'è una parte del percorso che nessun fornitore di appuntamenti controlla e che conviene guardare in faccia: nelle aziende strutturate, chi decide non decide da solo. Il titolare firma, il direttore di funzione propone, gli acquisti verificano, l'amministrazione valuta l'impatto di cassa e qualcuno, spesso senza essere mai stato in riunione, ha potere di veto. Sapere questo prima cambia il modo in cui si prepara il primo incontro.

I numeri, con il loro perimetro

Le rilevazioni internazionali sulle vendite complesse collocano tra sei e dieci le persone che compongono il gruppo di acquisto, ciascuna delle quali arriva con quattro o cinque informazioni raccolte per conto proprio e poi condivise con gli altri. Una ricerca Gartner su 632 acquirenti, condotta tra agosto e settembre 2024 e pubblicata nel maggio 2025, osserva gruppi che vanno da cinque a sedici persone distribuite su un massimo di quattro funzioni aziendali.

Lo stesso studio dice una cosa più utile del conteggio: nel 74% dei casi il gruppo lavora in condizione di conflitto, cioè con obiettivi in contrasto, disaccordo sulla soluzione oppure decisioni ribaltate da qualcuno esterno al gruppo. E i gruppi che raggiungono un consenso dichiarano con probabilità due volte e mezzo maggiore che l'operazione conclusa sia stata di qualità. Va detto il perimetro: sono rilevazioni internazionali, su organizzazioni strutturate, non misurazioni sul tessuto italiano. Nelle imprese italiane di media dimensione il gruppo è più piccolo, ma il meccanismo è identico.

Cosa significa per un meeting

Se il gruppo è in disaccordo, il venditore che esce da un primo incontro positivo non sta aspettando una decisione: sta aspettando che il suo interlocutore vinca una discussione interna a cui lui non parteciperà. Il silenzio che segue non è disinteresse, è una riunione che non è ancora andata bene. Questa lettura cambia due cose concrete. La prima è cosa si chiede durante l'incontro, perché la domanda su chi altro guarderà la proposta e con quale criterio la valuterà quasi nessuno la pone e quasi tutti gli interlocutori la accolgono volentieri.

La seconda è cosa si lascia. Un documento unico costringe ogni destinatario a cercare la parte che lo riguarda, e nella maggior parte dei casi nessuno la cerca. Materiale differenziato per funzione, con i numeri che servono a ciascuno, è la differenza tra un referente interno che può sostenere la proposta e uno che può solo inoltrarla.

Dove interviene il lavoro fatto prima del meeting

Una parte di questo lavoro si può fare a monte, nella fase in cui la conversazione è ancora scritta. Nelle conversazioni che gestiamo per conto dei partner, la qualificazione non serve soltanto a stabilire se c'è interesse: serve a capire chi altro è coinvolto, con quale ruolo e con quale tempistica. Sono informazioni che un decisore dà volentieri quando la domanda è posta in modo naturale, e che invece non emergono da un appuntamento fissato al telefono in novanta secondi.

Per questo ogni meeting arriva al partner con il report della conversazione che lo ha generato: ruolo dichiarato, contesto dell'azienda, parole usate dal decisore, e quando è emerso, i nomi o le funzioni delle persone che valuteranno insieme a lui. Il venditore entra sapendo per chi sta parlando oltre alla persona che ha davanti. È anche il motivo per cui i criteri di validità di un meeting vanno scritti prima di partire, come spieghiamo nell'articolo su cosa chiedere a un fornitore di appuntamenti.

Il gruppo di acquisto nelle imprese familiari

Nel tessuto italiano il caso più frequente non è il comitato di acquisto formale, è l'impresa familiare in cui convivono due generazioni. La persona che tratta e quella che firma possono essere padre e figlio, con priorità diverse e un rapporto che non si discute in riunione. Il figlio direttore commerciale valuta un fornitore sulla capacità di portare risultati nell'anno; il titolare valuta sulla solidità e sulla reputazione, e spesso ha già detto di no a qualcosa di simile dieci anni prima.

Un incontro preparato su una sola di queste due letture si blocca senza un rifiuto esplicito. La conseguenza operativa è identica a quella dei gruppi grandi: servono due argomenti distinti nello stesso incontro, e vanno preparati prima, perché in riunione non c'è il tempo di scoprire quale dei due serve.

Tre cose che si possono fare da subito

La prima è smettere di trattare il silenzio come un no. Una trattativa ferma dopo un incontro andato bene va riaperta su un fatto nuovo, non con un sollecito: un dato aggiornato, un caso comparabile, una scadenza che riguarda quel settore. La seconda è mappare esplicitamente le funzioni coinvolte, non le persone, perché le persone cambiano e le funzioni no: chi usa, chi specifica il requisito tecnico, chi controlla il budget, chi firma.

La terza è misurare la cosa giusta. Contare gli appuntamenti fissati dice poco quando il collo di bottiglia sta a valle. I numeri che dicono se il sistema funziona sono i meeting effettivamente svolti con il ruolo corretto e, più avanti, le trattative che avanzano di fase. Nel nostro modello il primo di questi due numeri è anche l'unità su cui veniamo pagati, e questo tiene allineato l'interesse del fornitore con quello del partner fino al punto in cui la responsabilità passa al venditore.

Le domande che poniamo in conversazione

Quando una conversazione scritta arriva alla fase di qualificazione, tre domande servono a capire com'è fatto il gruppo di acquisto senza sembrare un interrogatorio. La prima riguarda chi altro, in azienda, si occupa di quel tema: una domanda neutra che quasi sempre riceve una risposta precisa. La seconda riguarda come sono state prese in passato decisioni simili, che restituisce il percorso reale invece di quello dichiarato nell'organigramma. La terza riguarda i tempi, e va posta in modo che la risposta contenga un vincolo verificabile, per esempio un budget di periodo o una scadenza operativa.

Le risposte finiscono nel report che accompagna il meeting. Non sempre arrivano tutte e tre, ma anche una sola cambia la preparazione dell'incontro.

Perché contiamo i meeting erogati e non gli appuntamenti

Un appuntamento fissato è una promessa, e una promessa non dice nulla sul gruppo che deciderà. Un meeting erogato è un fatto: quel decisore ha trovato il tempo, si è presentato e ha parlato. La distanza tra i due numeri è il punto in cui molti fornitori di appuntamenti smettono di essere allineati con il cliente, perché vengono pagati prima che quella distanza si manifesti.

Contare i meeting svolti non risolve il problema del consenso interno, che resta a valle e appartiene al venditore. Ma toglie di mezzo il rumore: se i meeting arrivano e le trattative non avanzano, il problema è a valle e si affronta lì; se i meeting non arrivano, il problema è a monte ed è nostro.

La soluzione

I criteri che rendono valido un meeting, compreso il ruolo dell'interlocutore, si scrivono prima di partire. L'assessment strategico è il momento in cui vengono messi nero su bianco insieme al bacino reale del tuo mercato.

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